La nuova evangelizzazione e le sue esigenze odierne

Un commento teologico di Mag. theol. Michael Gurtner.
Erstellt von Mag. Michael Gurtner am 9. September 2011 um 16:57 Uhr
Petersdom

Già il fatto, che Sua Santità il Papa ha dovuto fondare un nuovo dicastero apposto per la re-evangelizzazione, cioè per la nuova evangelizzazione nei paesi che una volta furono considerati “popoli cattolici” ci dimostra chiaramente, che negli ultimi decenni qualcosa è andato storto. Pare, che la cattolicità in non pochi paesi occidentali sia crollata quasi da un giorno all’altro, in seguito a una riforma, finalizzata proprio a un approfondimento di una cultura cattolica press’a poco esistente. Certamente fu migliorabile come sarà migliorabile sempre, tra l’altro, ma almeno c’era una certa base, un certo legame fra la chiesa, la società, lo stato e la sua popolazione. Il creatore di tutte le cose fu riconosciuto come tale anche da parte della politica (ricordiamoci le vecchie leggi riguardo l’aborto, i matrimoni, l’adozione, l’omosessualità, la precedenza del culto cattolico, la celebrazione del Sacro Sacrificio anche in occasioni pubblici invece di preghiere ecumenici, la confessione al nostro redentore tramite i crocefissi anche in scuole e aule, le Messe nelle scuole ecc).

Pur trovandosi in una tale situazione, si desiderava, giustamente, di approfondire la fede dei credenti, ma anche di avvicinare i non credenti e gli scettici alla Santa Chiesa cattolica. Questo era anche lo scopo del beato Papa Giovanni XXIII, per cui invocò il Concilio Vaticano II. Lo affermò il Papa stesso quando disse nel suo (quasi dimenticato) discorso “Gaudet mater ecclesia” (sotto il sottotitolo “Compito principale del Concilio: difendere e diffondere la dottrina”) in occasione della solenne apertura dell’ultimo concilio:

“Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace … Ciò premesso, Venerabili Fratelli, diventa chiaro che cosa è stato demandato al Concilio Ecumenico per quanto riguarda la dottrina.
Il ventunesimo Concilio Ecumenico — che si avvale dell’efficace e importante aiuto di persone che eccellono nella scienza delle discipline sacre, dell’esercizio dell’apostolato e della rettitudine nel comportamento — vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà. Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli.

Ma il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato e che ovviamente supponiamo non essere da voi ignorato, ma impresso nelle vostre menti.

Per intavolare soltanto simili discussioni non era necessario indire un Concilio Ecumenico. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale.”

L’intenzione e la finalità del Concilio Vaticano II, espresso del Beato Papa Giovanni XXIII, è evidentissimo allora: prendere l’autentica fede della chiesa cattolica, già discussa nei concili precedenti, ed esprimere questa stessa “dottrina certa e immutabile” in formule e parole che fanno sì che si capisce meglio il loro profondo contenuto, “senza nulla togliervi”.

Eppure, leggendo questo testo, sale inevitabilmente la domanda, se l’obiettivo è stato raggiunto o no. Anche se può sembrare quasi indecente, ma vedendo la situazione rattristante dell’occidente, il pensiero, se non abbiamo più perso che vinto, s’impone da sola. Questa constatazione non vuol dire che è tutta colpa dell’ultimo concilio, ma è un’affermazione che il suo scopo e le sue speranze non si sono verificati.

Trattando quest’argomento non dobbiamo dimenticare, che la situazione è molto più complessa e che sarebbe sbagliatissimo dire soltanto “il concilio ha  fatto …”. Bisogna distinguere invece bene fra tre livelli: Che cosa ha voluto fare il concilio? Che cosa ha fatto il concilio effettivamente? E, finalmente, che cosa e stato fatto in seguito del concilio?

Gli errori del passato troveremo soprattutto nell’ultimo di questi tre punti: si pensava spesso di dover o di poter andare oltre i limiti, si aggiungevano al concilio pensieri e concetti che il concilio stesso non avrebbe mai voluto. Ci si comportava, a volte, e a volte fino a oggi, come se il Concilio Vaticano II fosse stato incapace di esprimere i suoi desideri, evocando un certo “spirito del concilio” che in realtà non è altro che un fantasma delle fantasie dei modernisti.

Sarà anche vero che alcune formulazioni dell’ultimo concilio lasciano troppo spazio per interpretazioni non intese, e si può anche dire che certe cose si avrebbe dovuto fare in maniera diversa. Ma nonostante ciò è anche vero, che tante cose che sono state introdotte subito dopo l’ultimo concilio sotto la voce di una “riforma voluta dal concilio” non sono conformi alla parola di esso.

Comunque vediamo che la crisi che stiamo vivendo in questo momento dalla storia non è esclusivamente la colpa del concilio come dicono alcuni, ma delle riforme in seguito al concilio. Oppure detto in altre parole: il Concilio è molto meglio delle riforme “postconciliari” associate ad esso.

Questi brevi accenni ci aiutano a capire un po’ meglio la situazione attuale in cui ci troviamo, ma ancora da nessuna risposta alla domanda che bisognerebbe fare per promuovere la nuova evangelizzazione nei paesi occidentali. In fondo sono tre punti importantissimi che sarebbero un buon inizio se riuscissimo a promuoverli.

L’educazione teologica

Una delle piaghe più gravi è sicuramente la disastrosa situazione dell’educazione cattolica su tutti i livelli: cominciando dai più piccoli che stanno ancora facendo il catechismo, fino addirittura nelle aule universitarie delle facoltà teologiche. La fede, di per se, non è basata su emozioni o sentimenti, ma su contenuti concreti. Ma se questi contenuti non sono più noti oppure addirittura negati, non è più possibile credere in essi. Non sapendo niente di un fatto, per esempio la transustanziazione, come si fa a credere in questa, cioè, come si fa a essere convinti di questa realtà rivelata?

Dio è verità, e non c’è nessuna verità che non dipende da Dio stesso. Lui, essendo il creatore di tutte  le cose, sia di quelle visibili sia di quelle invisibili, è la ragione di ogni esistenza e di tutto ciò  che possiamo chiamare “verità”. Non c’è verità fuori di lui, e tutte le verità esistono come fatti soltanto per mezzo della volontà divina: Iddio volle, e fu. Studiando la volontà divina, che ci è stata rivelata per mezzo dei profeti, per mezzo della Sacra Scrittura, per mezzo del Figlio che è il verbo divino incarnato, per mezza della tradizione e del autentico magistero ecclesiastico, studiamo le realtà e le verità di questo nostro mondo  in cui viviamo e in cui ci prepariamo per la nostra eternità personale.

Credere però significa essere convinti delle realtà, essere convinti di ciò che è vero. Perciò dobbiamo prima conoscere la verità, e non c’è altra verità che quella divina. Come facciamo a credere se sappiamo i contenuti della nostra fede cattolica?  Negli ultimi decenni ci siamo troppo limitati alle problematiche sociali, dimenticando la dogmatica che è la base di ogni credere e di ogni morale.

Se volessimo risvegliare la fede, dobbiamo ricominciare a spiegare la ragione della nostra fede e dobbiamo presentare essa in tutta la sua abbondanza e ricchezza, “senza togliervi nulla” come disse Papa Giovanni XXIII nel suo discorso dell’apertura dell’ultimo concilio.

Approfondire il culto eucaristico

Come secondo punto fondamentale per una nuova evangelizzazione vorrei nominare il culto eucaristico. “La chiesa vive dell’Eucaristia” si chiama l’ultima enciclica del beato Papa Giovanni Paolo II. Se la chiesa vive dell’Eucaristia, ne vivono anche i suoi membri, cioè i fedeli. Bisogna sottolineare sempre di più la verità della presenza reale di Gesù Cristo nei tabernacoli, bisogna parlare di più del sacrosanto sacrificio che si compie durante ogni Santa Messa sull’altare. Ma se vogliamo rimettere al centro questa verità fondamentale, non possiamo non cambiare il nostro atteggiamento verso la Sacra Eucaristia: come facciamo a convincere la gente di questa realtà se spostiamo i nostri tabernacoli dal centro sui lati e negli angoli delle nostre chiese? Come facciamo a sottolineare la presenza reale del Signore nell’ostia, se la facciamo prendere quasi come una caramella, rinunciando a inginocchiarci davanti a Gesù Cristo stesso, come lo fecero tutte le figure bibliche non appena che avevano capito che Gesù è il Messia, il redentore preannunciato dai vecchi profeti del primo testamento? Le nostre parole con cui insegniamo la gente richiese necessariamente anche un comportamento corrispondente ad esse, se no non c’è da stupirsi che i fedeli perdono pian pianino la fede nella presenza reale.

Non è soltanto una preferenza personale se Sua Santità il Papa distribuisce la Sacra Comunione soltanto in bocca e in ginocchio – questo è un messaggio per noi tutti, è un cambiamento nella liturgia papale che va oltre ai gusti personali. Il Pontefice ci vuole dare un esempio come bisogna comportarsi dinanzi a questa verità, di cui si nutre la chiesa e la fede di ogni singolo.

Liturgia degna

Oltre una nuova educazione cattolica e l’approfondimento del culto eucaristico ci vuole anche una nuova riscoperta della sostanza liturgica, cioè una risveglia della consapevolezza che la liturgia non è un come-together, non è un evento fra me e te, neanche fra noi e il sacerdote, ma è un vero e proprio incontro fra l’Io del singolo fedele e il Tu di Dio. Perciò una liturgia che non è centrata inconfondibilmente al Signore non può mai essere sufficiente. In ogni liturgia deve splendere il divino, bisogna far vedere ben percettibilmente che si tratta di una cosa celeste e divina, e non soltanto di una cosa terrena. La forma degna e non-terrestre della liturgia, soprattutto della Santa Messa, dimostra che ciò che confessiamo di credere, crediamo veramente. Le nostre parole della catechesi trovano la loro verifica nella nostra liturgia come nel nostro comportamento morale. In questo modo possiamo considerare la liturgia come conferma del nostro “Credo!”. Viceversa vale anche, che la liturgia dal conto suo forma la nostra fede e il nostro credere: il modo di celebrare una qualsiasi liturgia trasmette un certo concetto della fede cattolica, perché la liturgia è sempre anche la fede visualizzata; in essa la chiesa “dimostra”, in un certo senso, ciò che crede e ciò che non crede. Di conseguenza anche la forma liturgica prende influsso sulla fede della gente.

La trascuratezza del culto divino per tanti anni ha portato a gravi danni e tanti errori nella fede del popolo. Adesso questi danni diventano più evidenti. Se vogliamo tornare ad essere una società credente dobbiamo per forza smettere a farci illusioni, provenienti da un mondo ormai secolarizzato. Ciò che ci tira verso Iddio è la santità, è il non-terreno, sono il bello e il vero. I tre nominati (anche se brevemente) punti sono la base essenziale di ogni possibile successo della nuova evangelizzazione così desiderata del nostro Santo Padre feliciter regnans.

Foto: Basilika Sankt Peter – Bildquelle: M. Bürger, kathnews